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Come saranno le città post Coronavirus?

La pandemia che ha colpito il mondo intero ci sta costringendo a immaginare un futuro fatto di nuove regole, che implicheranno un modo diverso di relazionarsi con l'ambiente circostante. Con molta probabilità la normalità a cui eravamo abituati non tornerà in tempi brevi e questo comporterà dei cambiamenti sostanziali non soltanto nelle modalità di fruizione di servizi e spazi pubblici ma anche nella loro stessa conformazione.
Le città non sono, e non saranno, più le stesse. Alcuni cambiamenti sono già visibili ma molti altri saranno le basi su cui poggeranno i centri urbani post Coronavirus. E l'auspicio è che si possano finalmente apportare delle modifiche che vadano in una direzione di maggiore sostenibilità e vivibilità. Insomma, che il dramma si trasformi anche in un'opportunità.


Comprensione delle concause legate alla pandemia
Qualsiasi azione verrà intrapresa non dovrebbe innanzitutto tralasciare una comprensione profonda delle concause che hanno scatenato o aggravato la situazione emergenziale. Fra queste vi è sicuramente l’inquinamento atmosferico, che contribuisce a una fragilità polmonare e quindi a un maggiore rischio per gli abitanti. è dunque fondamentale mettere in atto strategie per il miglioramento della qualità dell’aria nelle città, a partire da una riduzione delle emissioni nocive delle auto.

Una nuova mobilità sostenibile
Una delle probabili conseguenze a breve termine del ritorno alla quotidianità sarà un maggior ricorso al trasporto privato, visto come più sicuro rispetto a quello pubblico. Per evitare che le città siano, ancor più di prima, intasate dalle auto, si sta quindi aprendo una seria riflessione su un nuovo modello di mobilità urbana post Coronavirus.
Gran parte delle città stanno cercando, in vari modi, di incentivare l’utilizzo di biciclette e monopattini. Il problema più grande è però sempre lo stesso: la carenza di infrastrutture. Sono ben pochi i centri urbani disegnati a misura di bici e si sta cercando velocemente di correre ai ripari con il varo di piani per realizzazione di nuove piste ciclabili che consentano di coprire lunghe distanze in sicurezza. Molte città, come Milano, hanno già proposto e avviato progetti in tal senso e sicuramente questo avverrà in gran parte dei capoluoghi italiani. O almeno, lo si spera.

Più spazi verdi
La speranza è poi che si scelga di investire sempre di più nel verde. La pianificazione del verde dovrebbe superare la posizione marginale che ha occupato finora, necessaria esclusivamente al soddisfacimento di standard urbanistici.
Per diventare invece una vera e propria infrastruttura urbana, utile a rendere le città post covid-19 a minor impatto ambientale, più sane e più vivibili. La fase di convivenza con il virus spinge, d’altra parte, a prediligere la vita all’aria aperta e servono quindi spazi esterni utili a soddisfare questa esigenza.

Riscoprire la logica dei quartieri
Complice la spinta allo ‘smart working’, si tenderà inoltre sempre di più a ridurre gli spostamenti interni alle città, che potrebbero essere riorganizzate con la logica del buon vecchio quartiere.
Una delle proposte che da subito ha avuto molto seguito è quella della “città dei 15 minuti”, avanzata dalla sindaca di Parigi, Anne Hidalgo e fatta propria anche dalla città di Milano, nel documento Milano 2020. L’idea è che ogni cittadino possa raggiungere in un quarto d’ora, e quindi a piedi o in bicicletta, tutti i sevizi necessari alla vita quotidiana.
La teoria non è nuova e nasce dal pensiero, portato avanti da diversi urbanisti, di voler contrastare l’anonimità tipica delle grandi città riscoprendo l’identità sociale e culturale di piccole comunità su scala locale. In questo momento a prevalere non sono tanto i principi quanto piuttosto le necessità ma il risultato sarebbe lo stesso: promuovere sempre più la progettazione di quartieri autosufficienti.
Per raggiungere questo obiettivo basterebbe incoraggiare l’apertura di uffici, servizi e negozi più piccoli, ma in numero maggiore, dislocati per i vari quartieri. E volendo spingersi ancora più oltre si potrebbe promuovere in modo più deciso la realizzazione di orti urbani, già in voga in alcune realtà, per fornire, almeno in parte, frutta e verdura a Km 0.

Una nuova forma di abitare
Durante questa pandemia è inoltre cambiato l’utilizzo degli spazi nelle abitazioni.
L’emergenza, che ci ha costretti in casa per diversi mesi e potrebbe, anche nel futuro, obbligarci a vivere e lavorare con maggiore frequenza all’interno delle quattro mura domestiche, ha sicuramente cambiato le priorità connesse alla concezione della casa. Questo vale soprattutto per le grandi città. Per anni si è creduto nell’idea che la vita si dovesse svolgere in prossimità dei centri urbani e, conseguentemente, per ragioni economiche e di spazio, le abitazioni sono diventate sempre più piccole.
Un’idea che è stata totalmente ribaltata in questa particolare fase, dove le necessità e le priorità sono radicalmente cambiate.
Questo periodo ha messo, ad esempio, in evidenza l’importanza di avere una stanza in più dove poter lavorare e ambienti più grandi e confortevoli dove trascorrere momenti di svago. Così come si è rivalutata la presenza di balconi, terrazzi, cortili e giardini, anche condominiali.
Chiaramente non è possibile, in così breve tempo, modificare l’assetto delle nostre abitazioni e in generale di un trend, ormai consolidato, legato al costruire ma sicuramente le lezioni che ci sono state impartite in questo periodo potranno delineare un cambiamento di visione. Potranno insomma essere delle lezioni molto utili per il futuro.

Riguardo l'autore

Erika Seghetti

Erika Seghetti

Area: Case e immobili, Ambiente e turismo responsabile