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Il MES conviene o no?

Con la ripresa dei contagi legati al Coronavirus si è ulteriormente inasprito il dibattito sull'utilizzo dei soldi del MES, l'istituto messo a disposizione dall'Unione Europea per finanziare a tassi agevolati gli ingenti costi sanitari provocati dalla crisi pandemica. La querelle vede schierati, da una parte, i sostenitori che vedono in tale strumento una straordinaria opportunità per riformare l'intero Servizio sanitario nazionale; dall'altra, i detrattori che paventano asfissianti forme di sorveglianza sulla nostra politica economica da parte delle istituzioni comunitarie, tali da limitare sensibilmente la nostra sovranità.
Nel cercare di capire chi ha ragione e chi ha torto (anche se, come sempre, la ragione e il torto non stanno mai solo da una parte), è opportuno fare un breve un breve excursus storico.


Un po’ di storia
Il Meccanismo Europeo di Stabilità venne costituito nel 2012 a beneficio di quei Paesi che, per la loro situazione economica, non erano in grado di accedere al mercato dei capitali.
Furono perciò predisposte delle linee di credito, soggette ad una serie di condizionalità che potevano arrivare anche all’imposizione di un programma di aggiustamento macroeconomico.
Alcuni Paesi come Spagna, Portogallo e Irlanda, grazie al MES riuscirono a risolvere molti dei loro problemi ed uscire dalla crisi con un’economia rafforzata; la Grecia, al contrario, per raddrizzare i conti pubblici, fu costretta a severe misure di austerità come il taglio alle pensioni e agli stipendi dei pubblici dipendenti.
All’epoca l’Italia preferì non ricorrere all’aiuto europeo e secondo molti osservatori tale scelta fu un errore poiché venne persa una fase di espansione economica di cui, invece, altri hanno goduto. Con un maggior sforzo riformatore, il nostro Paese molto probabilmente si ritroverebbe,oggi, con un più ampio margine di manovra fiscale e una migliore capacità di reazione alla crisi.
 
Comunque siano andate le cose, il MES attuale si distingue da quello precedente perché viene ad operare in uno scenario profondamente mutato dal Covid-19, la cui emergenza richiede spese colossali sia sul fronte sanitario, sia su quello del sostegno all’economia reale.

Le nuove condizioni sono pertanto molto più favorevoli poiché i finanziamenti previsti hanno un tasso di interesse irrisorio, possono spingersi fino al 2% del PIL (nel nostro caso fino a 36 miliardi) e, quel che più conta, senza alcun vincolo particolare, se non quello di utilizzarli nel contrasto alla pandemia.

A quali Stati conviene
In assenza di condizionalità o clausole nascoste, la scelta di ricorrere al MES resta perciò di pura convenienza economica e risponde al quesito se la raccolta di quei soldi sul mercato verrebbe a costare di più o di meno.
I Paesi più solidi e virtuosi attualmente presentano tassi negativi, vengono cioè pagati per poter piazzare le proprie obbligazioni sui mercati finanziari.
Ad esempio la Germania, con un rendimento decennale pari allo -40%, riscuoterebbe 40 milioni per ogni 10 miliardi di titoli emessi. Qualcosa di analogo accadrebbe per l’Olanda che, con un rendimento decennale al -0,29%, ricaverebbe 29 milioni, e per la Francia che ne porterebbe a casa 12 con un tasso al -0,12%.
Questi Stati, in pratica, se chiedessero il MES non solo non incasserebbero nulla, ma sarebbero costretti a restituire i soldi presi in prestito con un interesse di circa 13 milioni, essendo il relativo tasso fissato allo 0,13% in 10 anni, comprensivo di spese di gestione.
Viceversa, i Paesi che hanno tassi positivi, come l’Italia (+1,2%) e la Grecia (+1,1), dovrebbero pagare agli investitori, rispettivamente, 120 e 110 milioni, ben oltre, dunque, i 13 milioni previsti.
Le ipotesi ventilate ci aiutano anche a capire il motivo per il quale nessuno Stato europeo ha pensato finora di chiedere il MES (è questo, peraltro, uno dei principali argomenti addotti dagli oppositori allo strumento finanziario in questione).

Il vero nodo della questione
Posto che sul piano economico il ricorso al MES presenta per il nostro Paese degli indubbi vantaggi (sempre che, nel frattempo, non mutino le condizioni), il rischio è che esso venga considerato alla stregua di un “bancomat” cui attingere a piene mani, senza che vi sia a monte un serio progetto di riforma della Sanità in grado di quantificare i tempi ed i costi necessari. Fatto ciò, solo in un momento successivo si potrà ragionare se convenga finanziarlo con risorse interne oppure accedendo al MES.
Purtroppo di questo progetto non se ne parla, né sembra esservi traccia, adombrando così i soliti sospetti sia sulle modalità gestionali, sia sulla capacità di spesa dei fondi europei da parte della nostra classe politica.

Riguardo l'autore

Giovanni Pugliese

Giovanni Pugliese

Area: Diritto del lavoro, immigrazione, pari opportunità e politiche di genere