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Lavoratrici madri e mercato del lavoro

Prendendo lo spunto dall'indizione da parte del Ministero della Salute del controverso “Fertility Day” i cui obiettivi dichiarati sono, tra gli altri, anche quelli di far prendere coscienza del pericolo della denatalità nel nostro Paese ed enfatizzare la bellezza della maternità e paternità, nel breve spazio che segue desideriamo analizzare quali sono le principali problematiche che affliggono i lavoratori, e soprattutto le lavoratrici, in caso di arrivo della cicogna. A tal fine risulta particolarmente utile e ben fatta la ricerca compiuta dall'Osservatorio statistico dell'Ordine dei Consulenti del lavoro, presentata al pubblico e alle istituzioni in occasione del Festival del lavoro 2016.


Famiglie e mercato del lavoro
La ricerca, titolata “Famiglie e mercato del lavoro”, concentra l’attenzione sulla relazione tra famiglia e mercato del lavoro e in particolare sulle criticità che impediscono a molti genitori, soprattutto tra le donne, di lavorare a causa delle difficoltà di conciliare la professione con le esigenze di cura della famiglia, in particolare dei bambini e delle persone non autosufficienti.
Innanzitutto, viene evidenziata la tendenza delle famiglie ad essere sempre più piccole e perciò sempre più frammentate e socialmente isolate. 
 
L’aumento dei single e la diminuzione del tasso di fertilità hanno determinato nell’ultimo decennio una stagnazione delle famiglie con figli e la crescita di quelle senza alcun figlio. 

Il nucleo familiare classico, costituito da una coppia di figli, pur rimanendo maggioritario, nell’ultimo decennio ha subito una lieve flessione, mentre è aumentato in modo consistente il numero delle persone sole. Risulta, infatti, che la classe nella quale si concentra la formazione della famiglia e il ciclo riproduttivo (genitori di 25-49 anni d’età) con figli conviventi, conta 11 milioni di soggetti, dei quali quasi la metà ha due figli, il 42% ne ha uno, ed il 10% ne ha tre o più.
Assolutamente scontato, anche se profondamente ingiusto, è il dato relativo alle differenze di genere nell’ambito delle condizioni del mercato del lavoro: la quota di madri occupate (56%) è nettamente inferiore a quella dei padri (87%), di conseguenza è più elevata la quota di madri inattive che non cercano un’occupazione a causa della presenza di figli, in gran parte minorenni. 
 
L’Italia è il Paese europeo con uno dei più bassi tassi di occupazione delle donne, sia senza che con figli, nonostante resistano ancora le reti familiari, soprattutto quelle costituite dai nonni, che consentono alle lavoratrici di conciliare, a costi piuttosto contenuti, il lavoro con la vita familiare. 

Sembra una caratteristica comune nei Paesi del Sud Europa, come Spagna, Grecia e Portogallo, ma è legittimo porsi una domanda: per quanto tempo ancora nel nostro Paese resisterà questa disponibilità all’aiuto gratuito, tenendo conto dell’innalzamento dell’età pensionabile che renderà sempre meno disponibili i nonni a supplire alla carenza dei servizi per l’infanzia ed al loro costo?

Il costo del lavoro domestico
Un altro importante fattore che incide quasi esclusivamente sul tasso di occupazione femminile è rappresentato dal costo del lavoro domestico e per la cura dei figli, svolto gratuitamente dalle madri, che dovrebbe invece essere pagato nel caso la donna decidesse di lavorare. 
Infatti le donne che guadagnano uno stipendio più alto delle spese che dovrebbero sostenere per i servizi sostitutivi del lavoro domestico e di cura dei familiari, sono potenzialmente più propense a lavorare, mentre viceversa alle lavoratrici con minori qualifiche professionali, che hanno un’aspettativa salariale più bassa, non conviene lavorare dal momento che il costo dei servizi sostitutivi rischia di essere più alto del salario che possono guadagnare, salvo il già citato caso in cui possano disporre di una rete familiare che si presta a fornire un aiuto gratuito.
Sarebbe prioritario, quindi, ridurre il costo dei servizi di cura per l’infanzia attraverso agevolazioni fiscali e soprattutto con misure più ampie (welfare aziendale) che prevedano la partecipazione ai costi da parte delle imprese, rivolte innanzitutto alle fasce di lavoratrici con più bassi livelli di reddito. 
Anche la presenza di anziani over 75 a casa, probabilmente scarsamente autosufficienti, ha un’influenza negativa sul tasso d’occupazione delle madri e dei padri, a causa del fatto che quando i figli non sono in grado di sostenere il costo di una badante, devono farsi carico direttamente dell’assistenza.
 
Un altro dato che ben chiaramente emerge dall’analisi del mercato del lavoro evidenzia che la quota di madri in part-time è di gran lunga superiore a quella dei padri, a causa della squilibrata divisione dei ruoli in molte famiglie, che le costringe a farsi carico anche del lavoro familiare e della cura dei figli minori o degli anziani non autosufficienti.

Inattività femminile
L’Italia è il Paese europeo con il più elevato tasso di inattività femminile: un terzo delle donne italiane 24-49enni non lavora e non cerca un’occupazione, a fronte di una media europea estremamente più bassa. 
Il tasso di inattività delle madri più elevato si osserva nelle aree del Mezzogiorno, dove quasi il 60% non lavora e non cerca lavoro, mentre quello più basso si registra nel settentrione (25%). 
L’analisi dei motivi di inattività dei genitori consente non solo di comprendere perché non cercano lavoro, ma anche di individuare con maggiore precisione le misure che potrebbero essere erogate al fine di rimuovere le cause della mancata ricerca del lavoro. 
Ebbene, il primo e principale motivo (53%) di inattività delle madri lavoratrici è costituito dalla necessità di prendersi cura dei figli o delle persone non autosufficienti, anche se solo una quota minoritaria dichiara che non ha cercato lavoro perché nella zona in cui vive i servizi di supporto alla famiglia, compresi quelli a pagamento, (baby sitter e assistenti per gli anziani) sono assenti, inadeguati o troppo costosi. 
Di conseguenza “solo” tale quota di madri inattive residenti potrebbe rientrare nel mercato del lavoro se i servizi per l’infanzia fossero più diffusi e meno costosi. 
Questa informazione porta a concludere che la scelta di non cercare un’occupazione da parte della grande maggioranza delle madri inattive per motivi familiari è volontaria, anche se in alcuni casi condizionata, purtroppo, da stereotipi di genere e da motivi culturali. 
Infatti, da serissimi studi è emerso che la decisione di non lavorare deriva anche dalla convinzione che la qualità dell’assistenza che può dedicare una madre ai propri figli non è comparabile con quella di un asilo o di una baby sitter e, almeno per quanto riguarda alcune etnie di immigrati, dal confinamento del ruolo delle donne fra le mura domestiche.

Da costo ad opportunità
Da quanto finora detto emerge ben chiaramente che, per promuovere l’occupazione femminile, è prioritario ridurre il costo dei servizi di cura per l’infanzia attraverso agevolazioni fiscali e, soprattutto, con misure più ampie, come quelle di welfare aziendale, che prevedano la partecipazione ai costi da parte delle imprese. 
Difatti, logicamente, lo Stato non è in grado di fornire al cittadino un sistema completo di welfare che copra ogni esigenza determinata dal progressivo invecchiamento della popolazione, pertanto si fa sempre più pressante la necessità che le imprese, attraverso varie forme di welfare aziendale, contribuiscano in modo significativo a migliorare la vita privata e lavorativa dei propri dipendenti ed a facilitare la conciliazione tra vita privata e professionale. 
Con la recente Legge di stabilità 2016 è stata operata una profonda riforma delle norme fiscali relative al welfare aziendale, producendo un sensibile risparmio sulla messa in atto di azioni aziendali di welfare. 
Oltretutto, se al risparmio aggiungiamo il fatto che sistemi che permettono una migliore conciliazione tra vita privata e lavorativa è statisticamente provato che diminuiscono l’assenteismo, così incrementando la produttività e l’efficienza organizzativa, e di conseguenza favorendo migliori relazioni sindacali, la messa in atto di azioni di welfare aziendale si trasforma da costo in opportunità per tutte le aziende. 

Riguardo l'autore

Bruno Bravi

Bruno Bravi

Area: Diritto del lavoro