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La geografia delle cose



Le cartine non la riportano, ma esiste una geografia delle cose. Nel senso che i bisogni cambiano a seconda delle latitudini e, al netto dell’efficientismo che pretende di stabilire cosa serva e cosa no, chi ha la fortuna di viaggiare sa che l’indispensabile qui può sembrare superfluo altrove. E poi dove sta scritto che il non necessario è sempre inutile, quali sono gli oggetti, i sapori, i profumi che siamo legittimati a ignorare? A guardarci intorno sembra invece che sia il di più, almeno quello con una sua valenza affettiva, a dare gusto nuovo alle abitudini di sempre. Il braccialetto, l’anellino, il soprammobile comprato al mare, cose che in se stesse valgono poco, sono in realtà un modo semplice per dire chi siamo. Per tacere della bellezza effimera dei fiori a centrotavola o del vecchio macinino da caffè, eredità di nonna, che si sposa benissimo con il mobilio moderno della cameretta. Un rossetto, un pupazzo, una penna in ricordo di una vacanza, servono al cuore di chi li dona e di chi li riceve. Oggetti in apparenza inutili come le nuvole bianche d’estate, che stanno lì, in attesa di un refolo di vento, a regalare poesia e leggerezza all’ultimo cielo di tranquillità prima del ritorno a casa.

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