FREE

Alberi e paure

La valutazione di stabilità degli alberi tra miti e moderne tecnologie

Certo gli eventi di quest'estate non hanno aiutato a tranquillizzare coloro i quali reputano pericolosi gli alberi a prescindere: trombe d'aria e venti forti hanno colpito molte Regioni del nostro Paese provocando schianti e rotture di branche con conseguenti danni a persone e cose. Molti proprietari di alberi sono preoccupati della tenuta meccanica delle proprie piante e si interrogano sulla necessità di potature drastiche per ridurre il rischio di incidenti.
Ma le cose stanno così? Potare le piante severamente è davvero il modo migliore per dormire sereni?
Un po’ di storia
L’arboricoltura è una disciplina relativamente giovane. Sino a pochi decenni or sono gli alberi in ambiente urbano non godevano dell’attenzione odierna né erano al centro delle numerose diatribe sul potare/non potare o abbattere/non abbattere la cui eco oggi arriva sino ai telegiornali e alla carta stampata. Questo perché di alberi erano piene le campagne dove viveva ancora gran parte della popolazione italiana. Con il passare degli anni, le cascine e i casali si sono svuotati e i nuovi cittadini hanno portato con sé anche il modo “contadino” di gestire gli alberi: interventi cesori importanti e ripetuti con una certa frequenza. Questi erano certamente necessari nei campi dove gli alberi erano parte integrante dell’azienda agricola. Basta pensare ai salici che venivano ripetutamente “gabbati” affinché potessero produrre numerosi rami di piccolo calibro, molto utili per essere intrecciati e realizzare contenitori. Oppure ai gelsi, le cui fronde erano destinate all’alimentazione del baco da seta, industria fiorente soprattutto in certe aree dell’Italia settentrionale.
Da allora, però, molte cose sono cambiate: l’arboricoltura ha fatto passi da gigante e i nostri alberi cittadini sono passati dall’essere un mero mezzo di produzione ad avere importanti funzioni ambientali, ecologiche e paesaggistico-ornamentali.

La nuova arboricoltura
Una volta cambiata l’ottica con la quale si guardano gli alberi, muta inevitabilmente anche la modalità di gestione. Per favorire uno sviluppo armonico ed equilibrato delle piante arboree non è certo ipotizzabile costringerle in forme innaturali.
 
La moderna arboricoltura, al contrario, mira a favorire l’architettura vegetale dell’albero non solo per questioni di carattere estetico, ma anche per mantenere la pianta in salute, riducendo le probabilità di schianti.

Nonostante i miti persistenti circa il fatto che potature severe rinvigoriscano la pianta, l’intervento dell’uomo deve essere ridotto al minimo necessario: le cure colturali sono attentamente progettate e affidate a tecnici esperti. L’obiettivo ultimo è quello di anticipare le dinamiche che, in natura, comporterebbero problemi: eliminare rami secchi o in via di disseccamento, contenere adeguatamente eventuali branche che si sono sviluppate in modo anomalo, ricostruire la chioma in caso di danni accidentali (es. fulmini). Tutti interventi nel pieno rispetto della fisiologia e della biomeccanica dell’albero.

Quando un albero è pericoloso?
Certo non sempre un albero è lasciato libero di crescere e, talvolta, errori di progettazione (per esempio la scelta della specie o il luogo di messa a dimora) fanno sì che occorra procedere a potature cosiddette di contenimento. Nel momento in cui si provocano ferite importanti a livello della chioma o del fusto, si aumentano le probabilità che i patogeni fungini penetrino all’interno dei tessuti e instaurino fenomeni di carie del legno. Questi ultimi sono i principali responsabili della caduta di alberi interi o di loro parti.
Altre volte le insidie alla stabilità degli alberi possono giungere dall’apparato radicale. In ambiente urbano, ma non solo, sono frequenti le lavorazioni che comportano scavi in prossimità del fusto. Le radici possono pertanto essere tranciate con ovvie ripercussioni sulla stabilità della pianta, ma anche “semplici” ferite sono sufficienti per aiutare l’opera di temibili patogeni fungini che, nell’arco di poche stagioni vegetative, sono capaci di “svuotare” l’apparato radicale.
Le carie fungine possono comunque svilupparsi anche in assenza di alterazioni da parte dell’uomo, soprattutto se l’ambiente non è ottimale per la specie arborea (eccesso di umidità, ricarichi di terreno, ecc.).
In ultima analisi, quindi, il normale fattore di sicurezza di un albero si può ridurre anche per cause naturali, sebbene motivazioni legate a una gestione impropria del bene albero siano certamente più frequenti soprattutto in ambiente urbano.

Come valutare il pericolo
Ricordando che nessun albero (o branca) è immune dalla possibilità di cadere, è importante sottoporre le proprie piante a valutazioni di stabilità da parte di un tecnico abilitato ed esperto in materia. L’analisi di stabilità, di norma, si articola in due fasi: in primo luogo un’ispezione visiva, in seconda battuta eventuali approfondimenti strumentali.
Nel corso dell’ispezione visiva, il professionista esamina ogni organo della pianta, a partire dall’apparato radicale (previo eventuale scollettamento per ispezionare al meglio i cordoni), passando dal colletto (ossia la base del fusto), per arrivare alla chioma. La valutazione visiva mira a identificare ogni sintomo o segno della presenza di eventuali difetti interni del legno che possano comprometterne la tenuta strutturale. L’entità dei difetti può essere poi stimata attraverso l’uso di strumenti diagnostici sofisticati quali, a titolo esemplificativo, il dendrodensimetro, che valuta la resistenza opposta dal legno alla penetrazione di una piccola sonda, il tomografo (che restituisce un’immagine di una sezione del tronco in falsi colori in grado di distinguere il legno sano da quello degradato) o la prova di trazione controllata (che valuta come reagisce la pianta in funzione dell’applicazione di una forza nota).
Certo anche le più moderne tecnologie non possono sostituire l’occhio e l’esperienza del professionista. Questo anche perché uno dei fattori da prendere più in considerazione è l’interazione tra albero e ambiente esterno per quanto concerne per esempio i venti, la forza e la direzione dei quali può subire importanti modifiche a causa della presenza di edifici o altri manufatti.

Tra rischio e pericolo
Posto che un rischio residuale di caduta è presente anche in alberi perfettamente sani, è bene ricordare che la valutazione del pericolo è solo uno degli elementi da prendere in considerazione. Anzi, conoscere la sola propensione al cedimento di un albero è forse limitante: occorre approfondire l’analisi e calcolare il rischio associato alla presenza di alberi di alto fusto.
In buona sostanza, attraverso metodi statistici consolidati, è possibile stimare la probabilità che un albero possa provocare danni a cose o persone nell’arco dei 12 mesi successivi all’analisi. Sulla base di questo, si possono prendere decisioni certamente più ragionate circa l’utilità e l’opportunità di procedere a potature, consolidamenti o altre cure colturali. Una sorta di analisi costi-benefici che tutela gli alberi e… il portafoglio.

Riguardo l'autore

Luca Masotto

Luca Masotto

Area: Orto e giardino